domenica 16 settembre 2012

1. Come le foglie al vento (Written on the wind, 1956) di Douglas Sirk

E' curioso che Douglas Sirk sia diventato sinonimo, agli occhi del cinefilo comune, di kitsch, effettaccio, enfasi espressiva, insomma di bassa cucina melodrammatica. In Come le foglie al vento non ho trovato nulla di questo: si tratta, all'opposto, di una pellicola sobria e raffinata, a tratti addirittura un po' fredda. Niente a che vedere con Dallas e Dinasty, come butta lì Morandini... Certo: pettinature, gestualità, vestiti, ambienti denotano così chiaramente la propria appartenenza agli anni cinquanta che non si fa fatica a comprendere la venerazione camp di cui Sirk gode e ha goduto presso schiere di registi successivi (per lo più omosessuali), come è indubbio che l'estremismo cromatico del Technicolor raggiunga vette deliranti. Ma sono caratteristiche tipiche di quasi tutto il cinema americano coevo, non sufficienti a giustificare i luoghi comuni che si sono sedimentati sulla figura di Sirk in generale, e su questo film in particolare.
I topoi del melodramma non mancano (scene madri, passioni estreme, morti, gravidanze interrotte...), ma l'approccio è misurato e non si ha mai l'impressione, tipica del genere, di voler ricercare la lacrima a tutti i costi. Sirk cerca all'opposto di raffreddare gli eccessi e di trattare il genere melodramma in un ottica seria e adulta: il concatenarsi degli eventi che porteranno all'inevitabile tragedia è narrativamente robusto e non artificioso, i personaggi sono psicologicamente approfonditi e agiscono più come esseri umani che come figurine bidimensionali.
Abissale, da questo punto di vista, la distanza con i film che Raffaello Matarazzo girava in Italia negli stessi anni: grossolane ma efficacissime fabbriche di lacrime che invece la struttura-melò la esibivano senza troppi orpelli. Come le foglie al vento è evoluto ed elegante nello stile (com'è possibile che Sirk sia stato considerato per decenni un autore di serie B?), nella scrittura, nella recitazione trattenuta dei quattro interpreti principali. Insomma un gran film, che paradossalmente è diventato il simbolo del proprio genere senza averne la caratteristica principale: la visceralità, la capacità di suscitare una forte adesione emotiva. 


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